Te l’avevo detto: #Meritocrazia I+E=M Cosa succede nelle organizzazioni?
Editoriale di Carlo Romanelli
Ho scritto questo pezzo perchè pare che questo sia il grande momento della meritocrazia e del suo primato sui clientelismi, il familismo, l’incompetenza, insomma l’elemento chiave per ricostruire su basi più “giuste” la governance del mondo e delle organizzazioni. Ma siccome non ho mai amato la retorica, e ne ho viste e ascoltate tante di queste storie, ho sentito la necessità di dire qualcosa a proposito, condivisibile o meno naturalmente. Però in trent’anni di lavoro ho visto troppe persone soffrire perché ritenevano, e ritengono, che le loro competenze non siano sufficientemente apprezzate, ed anche troppe persone con competenze scadenti occupare ruoli troppo importanti per le loro competenze. Perchè?
Perchè le competenze sono necessariamente il merito che viene riconosciuto dalle organizzazioni. Il tipo di merito che l’organizzazione riconosce dipende dalla natura dell’organizzazione.
Non illudetevi che se siete competenti conterete quanto dovreste o potreste. E così ho scritto questo, con una una piccola formula (non mia) a puro scopo didattico esplicativo.
L’Illusione (e gli illusionisti) della Meritocrazia I+E = M
Roger Abravanel, studioso, consulente e giornalista, l’ha definita in un suo saggio del 2008 (chissà se oggi

la definirebbe ancora così) come “un sistema di valori che valorizza l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza, dove provenienza indica un’etnia, un partito politico, l’essere uomo o donna;
ma in Italia “provenienza” significa soprattutto la famiglia di origine”
Si può discutere, ma è già un buon punto di partenza.
Il neologismo meritocracy fu coniato nel 1954 da Sir Michael Young che fece anche di più: sviluppò addirittura un’equazione per descrivere la meritocrazia, l’ “equazione del merito”.


